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Le contraddittorie forze dell’alto e del basso – Claudio Widmann

Scendendo per gli scoscesi dirupi della “valle infera”, Dante raggiunge Lucifero dall’alto. Il mostruoso demone giganteggia sotto di lui, conficcato in una voragine e per calarsi in quell’abisso Dante sale sulle spalle di Lucifero, si aggrappa al pelo del suo torace, scende le sue costole come una scala a pioli e all’altezza dell’ombelico, “con fatica e con angoscia”, si rigira su se stesso, così che di lì in poi procede tenendo la testa orientata verso il basso e i piedi verso l’alto. Lui non lo sa, ma l’ombelico di Lucifero si situa in corrispondenza  del cento della terra e là dove egli si rigira, la sua discesa diventa salita.

Nessuna descrizione potrebbe dire più chiaramente che salita e discesa sono due orientamenti di una direzione unica: la verticalità. Nessuna descrizione, inoltre, potrebbe dire più chiaramente di quella dantesca che discese e ascensioni non sono solo escursioni nello spazio, ma itinerari dell’anima: il viaggio di Dante non è una vicenda turistica, ma un’esperienza dello spirito, che alla discesa nella valle fa seguire la salita al monte e infine l’ascensione ai cieli.

Altezze e abissi consentono di vivere esperienze psichiche singolari e sono ovunque luoghi simbolici esplorati nella realtà, trasfigurati nella fantasia, mitizzati dai popoli, sacralizzati dalle religioni. In tutti i tempi e in tutte le culture la vetta e il baratro, la cima e la caverna sono al centro di narrazioni, credenze, ritualità ed esperienze che proiettano l’uomo fuori dal piano (sic!) ordinario. Lungo vettori di senso opposto, alpinisti e speleologi, rocciatori e minatori, scalatori e palombari esplorano dimensioni inusuali della realtà, sperimentano stati d’animo extra-ordinari, descrivono scenari trans-personali. In bilico tra esperienza empirica e vissuto psichico, ascesa e discesa non sono mai vicende fisiche oppure psichiche, ma l’uno e l’altro contemporaneamente; sono accadimenti che catturano l’uomo nel suo insieme e nel suo insieme lo rapiscono a dimensioni “altre”. La vetta e l’abisso non sono luoghi reali oppure immaginari, ma sempre sono luoghi simbolici, dove fisico e psichico, empirico e immaginario sono proprietà inestricabili.